• Nello sfaccettato panorama espressivo riconducibile al comparto dell’arte contemporanea, Emiliano Albani ci offre un tracciato comunicativo plurisensoriale, che si articola attraverso la commistione armonica e la combinazione alchemica di arte e musica, trovando un punto d’incontro nevralgico perfetto tra i due linguaggi universali. La maturità nella formazione tecnica e la padronanza strumentale, ne garantiscono la competenza ideativa e progettuale. Ogni opera scaturisce da una volontà precisa e trova nelle simbologie e nelle metafore figurali, che racchiude in sé, un intreccio di significati e messaggi, da comprendere e acquisire tramite un’osservazione acuta e intuitiva, lasciando canalizzare un insieme di fattori visivi e sonori, animati dall’immaginario e dalla fantasia. La pittura, si traduce in traslazione musicale visionaria e acquista una valenza sostanziale ancora più pregnante e permeante. Innovazione e tradizione confluiscono a formare una narrazione fluida e scorrevole, che segue ritmi coinvolgenti.

Elena Gollini

 

 

  • Arte e musica unite e coese in un simbolico intreccio di eterna e perpetua fusione sinergica, vengono esaltate nella raffinata pittura di Emiliano Albani, portavoce di un’arte colta ed impegnata, dal sapore concettuale, che lascia aperti più canali sensoriali e ricettivi, e orienta su un linguaggio comunicativo, di intensa pregnanza sostanziale.

Elena Gollini

 

 

  • Rispetto ai due momenti finora delineati, il raffaellesco e il kandinskijano, come collocare l’arte di Emiliano Albani e Diego Pierpaoli, artisti che, attraverso la loro “Fonofigurazione”, intendono riproporre il rapporto fra arte e musica in termini consoni ai nostri tempi? In modo, probabilmente, non univoco, almeno in senso dialettico. Avvertono chiaramente, Albani e Pierpaoli, una certa nostalgia per l’Avanguardia d’epoca kandinskijana, quindi per la riflessione estetica, espressa anche in chiave intellettualistica, nella verbosità tipica del movimentismo, come presupposto indispensabile dell’agire artistico; recuperano il concetto wagneriano dell’arte totale, ma si dichiarano anche devoti del raffaellesco Rinascimento, privilegiando una continuità interpretativa fra tradizione e innovazione che non concepisce contraddizioni a riguardo. Nel concreto, a dispetto delle tante parole di accompagnamento, la proposta di Albani e Pierpaoli si muove attorno a qualcosa di poco alambiccato, perfino di semplice: fare dell’arte “suonabile”, non come equivalente visuale dei suoni, secondo la visione kandiskijana, ma per via del coinvolgimento, all’interno della propria configurazione, di segni che siano codificati secondo un significato musicale. Abbiamo a che fare, perciò, con un campo non considerato nel rapido excursus storico fatto in premessa, ma per certi versi intermedio fra i momenti raffaelleschi e kandinskijani, quello dell’arte, niente affatto rara, che non solo ha rappresentato la musica, ma lo ha fatto anche nell’aspetto della sua scrittura. Faccio un esempio per tutti, il più noto: potremmo considerare Il riposo dalla fuga in Egitto di Caravaggio un capolavoro precursore della “Fonofigurazione”, se é vero che al suo interno c’é una partitura musicale, quella che legge l’angelo violinista, e se la si suonasse, si otterrebbero le musiche di un motteto di Noel Bauldewijn, il Quam pulchra es, ispirato al Cantico dei Cantici. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma, diceva Lavoisier: uno scienziato, che in fondo aveva la mentalità giusta per poter essere anche un artista. Perché no, un artista  fonofigurativo.

Vittorio Sgarbi

 

 

  • Perché le arti s’incontrino, perché cresca felicità su felicità, conoscenza su conoscenza, deve esistere una relazione tra i diversi linguaggi artistici e tra i diversi dominii dei sensi: in particolare, tra i suoni e i colori, connessione fondamentale e docile a chi voglia dimostrarla in termini anche ispirati a esattezza scientifica. Ciò che suscita a volte la curiosità superficiale ma non volgare in nome  della “somiglianza” tra suono e colore, è in realtà un mistero cosmico decifrabile con assiduo e forse infinito lavoro, nella cui metodica esercita il dominio, scienza principe, la matematica. Questo lavoro è stato compiuto, in misura decisiva, dagli autori di questo libro. Ne è nato un vero opus filosofico e scientifico: un libro tanto pionieristico da un lato, quanto fondante e sistematico  dall’altro.

Quirino Principe

 

 

  • Occorre “l’eccellenza in cinque arti” per ottenere la “lode” della “Scuola d‘Arte Fonofigurativa” auspicata dai due artisti. Ma pure per fare “lettermusica”, affermano Pierpaoli e Albani nel 1998, occorre una collaborazione, oppure la coincidenza in un unico individuo, dei ruoli di poeta, musicista e, meglio, anche pittore. Nel modello ottimale dell’artista vagheggiato dal Gruppo in nome dell’immanentismo, come nella definizione del suo allievo modello, entra quindi in gioco, innanzitutto, questa volontà di praticare insieme diverse arti ovvero, secondo una delle loro espressioni, diversi ruoli conoscitivi definiti con il termine di “letteratura”. Così la loro concezione estetica si accosta ai linguaggi dell’ipermedialità, dialogando con la globalizzazione della comunicativa ipertestuale e multimediale attraverso la molteplicità dei ruoli posti in gioco. Il senso della sublimazione costituisce la più immediata risposta degli immanentisti nei confronti del “diluvio ipermediale” (nel 1998 hanno anche partecipato a una rassegna di mostre su questo argomento), che per il loro metaforico personaggio del “pastore poeta” segna autobiograficamente l’impatto sulla città industriale. “La poesia è la sublimazione di troppe spiegazioni”, scrivono infatti, “la musica di troppi suoni, la pittura di troppe immagini”. La loro metodologia punta sulla teoria praticabile di una “disciplinarità interdisciplinare”, ossia di specifiche discipline il cui “ambito di coesione formale” si sviluppa però anche attraverso l’attivazione consapevole di componenti condivise, al proprio interno, con quanto si specifica all’esterno nella coesione formale di altre discipline. E approda così alla “Poesia Musicale” del 1998-1999…”

Lucio Cabutti e Monica Luccisano

 

 

  • Per il Gruppo Immanentista l’interazione “fonofigurativa” (o meglio “fonocoreofigurativa”, secondo la sua terminologia) fra musica, letteratura, coreutica e immagini artistiche costituisce invece un’ulteriore applicazione del proprio metodo combinatoriale: guardare all’attualità riconoscendo fra i propri ascendenti la modernità avanguardistica, ma anche il Rinascimento, attraverso una storicità aperta a un equilibrato ricomporsi di novità, tradizione e esistenza e mirare a una nuova centralità dichiaratamente connessa alla proposta di un’arte “totale” intesa come equidistanza (mediatrice) dalla disciplinarità tradizionale e dalla adisciplinarità di molta avanguardia storica. Operare mediante “rapide alternanze”, insomma, guardando alla “unità viva del mondo oggettivo” in nome di una immanenza concepita come un modo di tendere a rettificare gli eccessi. Il discorso sul metodo dell’immanentismo punta quindi su di un centrismo della globalità divenuto punto di confluenza dei più svariati riferimenti, modello inesauribile di confronto tra le più diverse forme di comunicazione, unità di misura creativa e ipertestuale delle tecniche più eterogenee e significanti.

    Lucio Cabutti e Armando Caruso

     

 

  • Nel caso di suoni o rumori del giorno, essi assumeranno aspetti figurati che ricreano, nella mente, ancestrali mormorii sedimentatisi nella nostra memoria storica. Essi si trasfigureranno in architetture “che cantano” oppure in “melodie che si architetturizzano”, profumi che si cromatizzano, tattilismi contrappuntistici e gusti melopeici. Questi s’intrecciano a sapori prefiguranti immagini-suoni-colori- pittarchiscultura, oppure figure che si assaporano, sapori che si toccano ed assumono connotazioni sonore. Intanto, fonofigurazioni architetturali attendono di essere udite ed assaporate, nonché trasfuse su altri piani, inseguendo catene sempre più mobili e proteiformi di vortici d’ombra o di statiche folgorazioni.

    Alessio Di Benedetto

     

 

  • Il loro lavoro allude a diversi livelli di conoscenza da godere interiormente aldilà della banale superficie del pentagramma. I titoli delle canzoni ed i testi sono disinvoltamente irriverenti. sono dei pretesti. Titoli e scritture sono espansibili e intercambiabili. Non sono la sostanza della musica. Guardando la “panchina musicale” non si può fare a meno di riflettere sul fatto che la musica e qualcosa di totalmente differente dai simboli esteriori (non si può fare a meno di scorgere un “obliquo“ riferimento al Dadaismo). Con la loro diretta, disarmante, forte irriverenza, gli immanentisti procedono con successo verso la demistificazione dell’arte e della musica. mentre ci stimolano a riflettere sulle “perdute” dimensioni più profonde con le quali, analizzando i loro lavori, ci sentiamo in obbligo di convenire, sia come artisti che come fruitori di arte. Che ventata d’aria fresca!

    Michael Flaksman

 

 

  • In realtà, tuttavia, dietro il rifiuto dell‘eterogeneità disciplinare c’è la scelta di escludere la casualità dell’incontro “lautremontiano” e di ogni altro incontro fortuito, irrazionalmente assemblatore, proiettivamente riferibile anche alla oggettivazione del linguaggio nel mondo; e questo atteggiamento chiarifica ulteriormente come lo spirito del Gruppo Immanentista sappia andare ben oltre la lettera del proprio discorso per svolgere il ruolo di mediazione, più che di medializzazione, dimostrato dalle opere e teorizzato negli scritti: come una “mescolanza chimica“, se non alchemicamente surreale, al di là del mero “accostamento meccanico”, secondo la loro terminologia. Alla oggettivazione simbolica del linguaggio nel mondo gli immanentisti preferiscono invece l’inclusione (se non l‘introiezione “fantasmatica”) “della vita e del mondo”, e della naturale plurisensorialità stessa, nel linguaggio delle opere, dove la vita e il mondo diventano fondali manifesti o latenti, ma anche componenti sonore, verbali, visive di primo piano. Puntando su “l’unità formale delle singole discipline che vivono dei contenuti delle altre discipline”, e procedendo sempre in equilibrio consapevole sul filo di Arianna “di una realtà vissuta oggi, piena della contraddizione fra forme passate, attuali, futuribili”, Pierpaoli e Albani raggiungono a volte, inoltre, le spiagge del simbolo e dell’evento proiettivo…”

Lucio Cabutti e Armando Caruso

 

 

  • Emiliano Albani, caparbio e capacissimo maestro di note e colori, amalgama nella vita le sue passioni per la musica e la pittura trasportando pensieri e dolci sinfonie anche sulla tela, dove tonalità in contrasto seguono le andature ritmiche delle melodie cullando delicatamente la fantasia dell’osservatore. Preziosi giochi geometrici, che seguono quasi le regole ferree del pentagramma, vanno a creare sistemi quasi escheriani nei quali l’occhio vaga senza meta per scoprire che il viaggio interiore non necessita di un fine preciso, ma di un percorso intenso nel segno della libertà.

    Salvo Nugnes